Assegno divorzile - Sezioni Unite n. 1827/2018 – Un passo indietro – Nella determinazione si deve tener conto dell’apporto alla formazione del patrimonio ed del reddito dell’altro coniuge.

pubblicato 11 lug 2018, 09:59 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 11 lug 2018, 09:59 ]
Con la recentissima sentenza n. 18287/2018, le cui motivazioni sono state depositate in data 11/07/2018,  le sezioni Unite fanno un passo indietro rispetto alla modifica epocale introdotta dalla Sentenza n. 11504/2017 e chiariscono che occorre tenere conto del contributo fornito in costanza di matrimonio nella conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi. 
Gli Ermellini  hanno affermato il seguente principio di diritto: ai sensi dell’art. 5 c. 6 della l. n. 898 del 1970, dopo le modifiche introdotte con la l. n. 74 del 1987, il riconoscimento dell’assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma i quali costituiscono il parametro di cui si deve tener conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all'età dell’avente diritto”.
La Suprema Corte, prima di giungere all'affermazione di tale principio, ripercorre in chiave critica i due principali orientamenti formatisi in punto quantificazione dell’assegno divorzile.
Il primo di essi, affermato con la sent. n. 11490/1990 ed incontrastato per quasi due decenni,  si fonda sul principio della “parità del tenore di vita”. In base a tale parametro, l’assegno divorzile, deve garantire all’ex coniuge uno stile di vita pari a quello goduto in costanza di matrimonio.
Applicando tale criterio tuttavia, seppur suscettibile di temperamenti in caso di limitatezza temporale del vincolo coniugale o di nuovo vincolo relazionale, esiste il forte rischio di creare una “locupletazione ingiustificata” e “rendite da posizione” dell’ex coniuge .
La recente sentenza n. 11504 del 2017 ha avuto il merito di mettere in luce tali problematiche, ancorate in parte ad una concezione superata di vincolo matrimoniale indissolubile. 
Tuttavia, anche il parametro della adeguatezza dei mezzi economici affermato in tale pronuncia, è, ad avviso delle Sezioni Unite, limitativo. Il principio in esame, fondato a sua volta sul principio dell’autoresponsabilità  e della pari dignità di entrambi i coniugi ex art. 2 Cost.,  viene infatti collocato dalla Carta Costituzionale stessa all’interno delle formazioni sociali nelle quali si sviluppa la personalità dell’individuo; in nome di esso non è dunque dato  procedere ad una “netta soluzione  di continuità tra la fase di vita successiva e quella anteriore” al matrimonio, fondando l’assegno divorzile esclusivamente sulla insufficienza di mezzi economici.
La Suprema Corte statuisce dunque che il parametro dell’adeguatezza ha carattere intrinseco e relativo, e va parametrato agli altri indicatori contenuti nell’. 5 c. 6 della l. n. 898 del 1970,  e non al di fuori della norma stessa. Tali indicatori sono costituiti dalle condizioni e dal reddito dei coniugi, dalle ragioni della decisione, dal contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e dalla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, valutando tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio. 
L’assegno in questione non ha pertanto, ad avviso della Suprema Corte, natura squisitamente assistenziale ma anche perequativa e compensativa; laddove dunque la condizione di squilibrio patrimoniale  sia causalmente ricollegabile a determinazioni comuni ed a ruoli endofamiliari svolti, quali la scelta di una delle parti di sacrificare aspettative patrimoniali e professionali per il benessere del nucleo familiare, di ciò occorre tener conto ai fini sia dell’an che del quantum debeatur dell’assegno divorzile. 
In conclusione dunque, ad avviso della Suprema Corte, poiché “lo scioglimento del vincolo incide sullo status ma non cancella tutti gli effetti e le conseguenze delle modalità di realizzazione della vita familiare”, la adeguatezza dei mezzi economici deve essere valutata “alla luce delle cause che hanno determinato la situazione di disparità”.





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