Natura retributiva dell’elargizione per l’abitazione e sua imputazione nel calcolo del TFR e dei versamenti contributivi.

pubblicato 22 nov 2020, 12:55 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 22 nov 2020, 13:19 ]

La giurisprudenza ha più volte riconosciuto il diritto al riconoscimento della incidenza sul trattamento di fine rapporto della elargizione per l'abitazione erogate in favore dei dipendenti bancari.  
Infatti ai fini del calcolo del trattamento di fine rapporto spettante al lavoratore, per ciascun anno di servizio occorre isolare una quota pari alla complessiva retribuzione annuale divisa per 13,5. Nella retribuzione annuale vanno computate tutte le somme corrisposte al lavoratore a titolo non occasionale, ivi comprese le prestazioni in natura (tipo fringe benefits) ed escluso quanto erogato a titolo di rimborso spese. Le quote così individuate devono poi essere rivalutate al 31 dicembre di ogni anno con l'applicazione di un tasso costituito dall'1,5% in misura fissa e dal 75% dell'aumento dell'indice dei prezzi al consumo accertato dall'Istat. 
In merito all'elargizione per l'abitazione la Suprema Corte ha chiarito che Ai fini della determinazione della base di computo del trattamento di fine rapporto, ai sensi dell'art. 2120, comma 2, cod. civ. ed in mancanza di una deroga espressa contenuta nella contrattazione collettiva, la natura di retribuzione di un emolumento aggiuntivo corrisposto al lavoratore per lo svolgimento di lavoro all'estero o in altra sede lavorativa è desumibile da indici sintomatici, inclusi quelli emergenti in sede di conclusione del contratto individuale, che denotino la non occasionalità dell'emolumento, dovendosi invece attribuire natura non retributiva alle voci che abbiano la finalità di tenere indenne il lavoratore da spese, sostenute nell'interesse dell'imprenditore, che non avrebbe incontrato se non fosse stato trasferito. Ne consegue che all'elargizione per abitazione corrisposta ad un funzionario bancario trasferito con familiari conviventi, deve attribuirsi natura retributiva, desunta dal carattere periodico dell'erogazione, dalla sua corresponsione in misura fissa e senza documentazione giustificativa, al suo essere condizionata al permanere dell'abitazione e all'avvenuto assoggettamento a retribuzione” (Cass. civ. Sez. lavoro Ord., 13-08-2019, n. 21383).
Tale principio conferma anche il precedente orientamento secondo cui "Ai fini della determinazione della base di computo del trattamento di fine rapporto, ai sensi dell'art. 2120, comma 2, cod. civ. e in mancanza di una deroga espressa contenuta nella contrattazione collettiva, la natura di retribuzione di un emolumento aggiuntivo corrisposto al lavoratore per lo svolgimento di lavoro all'estero o in altra sede lavorativa è desumibile da indici sintomatici, inclusi quelli emergenti in sede di conclusione del contratto individuale, che denotino la non occasionalità dell'emolumento, dovendosi invece attribuire natura non retributiva alle voci che abbiano la finalità di tenere indenne il lavoratore da spese che non avrebbe incontrato se non fosse stato trasferito, sostenute nell'interesse dell'imprenditore. Ne consegue che all'elargizione per abitazione corrisposta a un funzionario bancario trasferito con familiari conviventi, deve attribuirsi natura retributiva, ove desumibile dal carattere periodico dell'erogazione, dalla sua corresponsione in misura fissa e senza documentazione giustificativa, al suo essere condizionata al permanere dell'abitazione ed all'avvenuto assoggettamento a retribuzione” (Cass. civ. Sez. lavoro Ord., 31-05-2019, n. 15017) e la sentenza del 2018 a mente della quale  t"In ema di trattamento di fine rapporto dei dipendenti degli enti creditizi, la "elargizione per abitazione", riconosciuta al funzionario trasferito con i familiari conviventi, é da considerarsi quale elemento della retribuzione ove abbia carattere continuativo e periodico e finalità di contributo corrisposto, in misura fissa e senza documentazione giustificativa, in relazione alle esigenze abitative personali del lavoratore, da computarsi - in mancanza di una espressa deroga pattizia - nella base di calcolo prevista dall'art. 2120 c.c. per la determinazione del trattamento di fine rapporto. (Rigetta, CORTE D'APPELLO MILANO, 09/10/2014)”
(Cass. civ. Sez. lavoro Ord., 03-08-2018, n. 20505).

Ricorso collettivo al TAR Lazio avverso il D.P.C.M. 03/11/2020 in relazione all’obbligo di indossare le mascherine anche all’aperto, alla chiusura delle attività, al coprifuoco ed alle generali misure sproporzionate rispetto all’emergenza invocata a loro giustificazione.

pubblicato 9 nov 2020, 02:19 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 9 nov 2020, 08:24 ]


Con il DPCM del 03/11/2020 è stato esteso a livello nazionale il provvedimento della Regione Lazio relativo all’obbligo di indossare le mascherine anche all’aperto e sono state altresì disposte importanti limitazioni dei diritti costituzionali tra cui la libertà di circolazione (art. 16 Cost.), ma anche la libertà di riunione (art. 17 Cost.), la libertà religiosa (art. 19 Cost.), il diritto/dovere all’istruzione (art. 34 Cost.) la libertà di iniziativa economica (art. 41 Cost.) e la libertà personale di movimento (art. 13 Cost.).

Questo Studio Legale ha già predisposto e notificato un ricorso avverso il predetto DPCM per conto di un proprio assistito che lo ritiene viziato sia in ragione della generale non attendibilità dei dati posti alla base dell’attuale stato di emergenza (inattendibilità del valore diagnostico dei tamponi, dei metodi di refertazione degli stessi, della metodologia della raccolta dei dati con riferimento ai morti per covid ed al numero dei positivi), sia in relazione alla mancanza di proporzionalità e dell’illogicità delle misure poste in essere.
Dalla data di emissione della prima ordinanza della Regione Lazio n. Z00062 del 02-10-2020 sull’obbligo delle mascherine questo Studio è stato contattato da numerosi cittadini desiderosi di impugnare il predetto provvedimento, così come i successivi DPCM che ne confermavano il contenuto. Si è ritenuto di fornire un’informativa generalizzata a chiunque voglia aderire all’iniziativa del primo ricorrente con un intervento adesivo. 

COINTERESSATI TITOLARI DI UNA POSIZIONE AUTONOMA.
Requisiti degli aderenti:
Essere cittadini italiani colpiti dia provvedimenti del DPCM 03/11/2020.
Costi:
Il costo dell’intervento adesivo è unicamente costituito da un contributo di € 70,00, omnicomprensivo per ogni interveniente, necessario a sostenere i costi dello studio per la gestione ed archiviazione della singola posizione. 
Termine per aderire:
Il termine per impugnare il DPCM è collegato alla sua scadenza. Tuttavia,  per ragioni organizzative ed in ragione dell’urgenza della questione sollevata, le adesioni dovranno pervenire il prima possibile.
Modalità per aderire:
Per aderire occorre inviare:
1) Copia di una ricevuta attestante il versamento del contributo di adesione;
2) Due copie della procura sottoscritta di proprio pugno ed autenticata, unitamente ad un documento di identità ed al codice fiscale;
3) Copia sottoscritta dell’informativa sulla privacy compilata;
In fondo alla pagina è presente un file da scaricare con tutti gli allegati da poter compilare.

La documentazione dovrà essere anticipata via mail all’indirizzo info@studiomassafra.com ed inviata, in originale, con raccomandata a: Avv. Nicola Massafra Largo Ecuador n. 6 – 00198 Roma.
La stessa dovrà altresì essere portata di persona presso lo studio legale, previo appuntamento da concordare telefonicamente negli orari di funzionamento del centralino (dalle 9:00 alle 13:00 e dalle 16:00 alle 19:00) al fine di procedere all’autentica della procura.

Modalità di pagamento:
Il pagamento potrà avvenire direttamente mediante bonifico bancario sul conto corrente tratto sulla banca Unicredit IBAN: IT39Q0200805109000004827001, intestato a Nicola Massafra, ed indicando nella causale  “Intervento adesivo ricorso avverso DPCM 03-11-2010”. 

ALCUNI MOTIVI DI RICORSO:
I principali motivi di ricorso attengono alla violazione dei principi di adeguatezza e proporzionalità.
Eccesso di potere, perché il provvedimento prescrive misure restrittive, sulla base di dati inattendibili. Eccesso di potere per difetto dei presupposti e per difetto di istruttoria. Parimenti si è evidenziato il vizio di eccesso di potere sotto il profilo della illogicità e della irragionevolezza delle misure. Con riferimento specifico al problema delle mascherine si è evidenziato il difetto di proporzionalità nella parte in cui si dispone l’obbligo delle mascherine in modo del tutto indiscriminato senza distinguere per tipologia di mascherine e senza limitarlo, nel caso in cui si trovi all'aperto, a singoli momenti in cui la presenza di un assembramento o uno stretto contatto possa, forse, giustificarlo ed imponendolo all’aperto e dunque nel luogo “aerato” per eccellenza. Parimenti si è eccepito la violazione del principio di legalità sostanziale del generale impianto normativo a “ventaglio” della successione continua di ordinanze regionali e DPCM.


Responsabilità della pubblica amministrazione – Danno per inadempimento o per ritardo nell’azione amministrativa – criteri ed onere della prova – colpa di apparato.

pubblicato 22 ott 2020, 04:03 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 22 ott 2020, 04:04 ]

I Giudici di Palazzo Spada, con una serie di recenti sentenze, hanno fatto il punto sulla in ordine al diritto al risarcimento del danno da per inadempimento o ritardo da parte della Pubblica amministrazione evidenziando che “L'ingiustizia del danno e, quindi, la sua risarcibilità per il ritardo dell'azione amministrativa è configurabile solo ove il provvedimento favorevole sia stata adottato, sia pure in ritardo, dall'autorità competente, ovvero avrebbe dovuto essere adottato, sulla base di un giudizio prognostico effettuabile sia in caso di adozione di un provvedimento negativo sia in caso di inerzia reiterata, in esito al procedimento” (Cons. Stato Sez. IV, 22-07-2020, n. 4669). Parimenti hanno chiarito che “Il risarcimento del danno per inadempimento o per il ritardo deve comprendere così la perdita subita dal creditore come il mancato guadagno in quanto ne siano conseguenza immediata e diretta. Non basta, quindi, il comportamento colpevole dell'amministrazione, essendo necessario il nesso di stretta consequenzialità tra detto comportamento e il danno rivendicato dall'interessato nel senso che il comportamento deve essere antecedente necessario dell'evento che deve rientrare tra le conseguenze normali e ordinarie del fatto colposo” (Cons. Stato Sez. III, 06-07-2020, n. 4336).
Conforme anche l’importante pronuncia di maggio 2020 secondo cui “In tutte le ipotesi di responsabilità extracontrattuale, l'ingiustizia e la sussistenza stessa del danno non possono in linea di principio presumersi iuris tantum, in meccanica ed esclusiva relazione al ritardo o al silenzio nell'adozione del provvedimento amministrativo, ma il danneggiato deve, ex art. 2697 c.c., provare tutti gli elementi costitutivi della relativa domanda e, in particolare, sia i presupposti di carattere oggettivo (prova del danno e del suo ammontare, ingiustizia dello stesso, nesso causale) sia quelli di carattere soggettivo (dolo o colpa del danneggiante). (Conferma T.A.R. Veneto, Sez. II, n. 1411/2010.)” (Cons. Stato Sez. II, 25-05-2020, n. 3269), “Il risarcimento del danno da ritardo dell'amministrazione nella conclusione del procedimento amministrativo non costituisce un effetto del ritardo in sé e per sé; infatti l'ingiustizia e la sussistenza stessa del danno non possono in linea di principio presumersi iuris tantum, in meccanica ed esclusiva relazione al ritardo o al silenzio nell'adozione del provvedimento amministrativo. Benché l'art. 2-bis L. n. 241 del 1990, rafforzi la tutela risarcitoria del privato nei confronti della pubblica amministrazione, prevedendolo anche a prescindere dall'esito del procedimento, la domanda deve essere comunque ricondotta nell'alveo dell'art. 2043 c.c. per l'identificazione degli elementi costitutivi della responsabilità. (Conferma T.A.R. Veneto, Sez. II, n. 1411/2010.)” (Cons. Stato Sez. II, 25-05-2020, n. 3269) e “Il risarcimento del danno da ritardo dell'amministrazione nella conclusione del procedimento amministrativo non costituisce un effetto del ritardo in sé e per sé. L'ingiustizia e la sussistenza stessa del danno non possono, infatti, in linea di principio, presumersi iuris tantum, in meccanica ed esclusiva relazione al ritardo o al silenzio nell'adozione del provvedimento amministrativo. Benché l'art. 2-bis Legge n. 241 del 1990, rafforzi la tutela risarcitoria del privato nei confronti della pubblica amministrazione, prevedendolo anche a prescindere dall'esito del procedimento, la domanda deve essere comunque ricondotta nell'alveo dell'art. 2043 c.c. per l'identificazione degli elementi costitutivi della responsabilità. La consulenza tecnica d'ufficio non può essere invocata per supplire al mancato assolvimento dell'onere probatorio da parte del privato e non esonera la parte dalla prova dei fatti dalla stessa dedotti e posti a base delle proprie richieste. La sola riscontrata ingiustificata o illegittima inerzia dell'amministrazione o il ritardato esercizio della funzione amministrativa non integra la colpa dell'Amministrazione, dovendo anche accertarsi se l'adozione o la mancata o ritardata adozione del provvedimento amministrativo lesivo sia conseguenza della grave violazione delle regole di imparzialità, correttezza e buona fede – alle quali deve essere costantemente ispirato l'esercizio dell'attività amministrativa – e si sia verificata in un contesto di fatto ed in un quadro di riferimento normativo tale da palesare la negligenza e l'imperizia degli uffici o degli organi dell'amministrazione ovvero se per converso la predetta violazione sia ascrivibile all'ipotesi dell'errore scusabile, per la ricorrenza di contrasti giurisprudenziali, per l'incertezza del quadro normativo o per la complessità della situazione di fatto” (Cons. Stato Sez. II, 25-05-2020, n. 3269).
Anche i tribunali amministrativi confermano l’orientamento precisando che “Nell'azione di responsabilità per danni contro la pubblica amministrazione il principio dispositivo in forza del quale il danneggiato deve offrire la prova dell'an e del quantum del danno che assume di aver sofferto oltre che della consequenzialità immediata e diretta dello stesso dall'inadempimento o dal ritardo, opera con pienezza e non è temperato dal metodo acquisitivo proprio dell'azione di annullamento” (T.A.R. Liguria Genova Sez. II, 06-07-2020, n. 442) e che “Nella fattispecie del danno da ritardo provvedimentale dell'amministrazione pubblica i parametri da utilizzare per verificare la fondatezza o meno della pretesa risarcitoria sono quelli richiesti in tema di accertamento della responsabilità extracontrattuale di cui alla normativa dell'art. 2043 c.c., mediante la verifica dei presupposti sia di carattere oggettivo che soggettivo che connotano tale tipologia di responsabilità e dei quali il richiedente deve fornire la prova rigorosa a cura della parte che invoca il risarcimento” (T.A.R. Abruzzo L'Aquila Sez. I, 25-06-2020, n. 250).
Interessante la pronuncia del TAR Toscana sulla “colpa di apparato” con cui viene stigmatizzato che “Sussiste l'elemento soggettivo della "colpa di apparato" quando a fronte dell'evidente dilatazione dei tempi procedimentali, l'Amministrazione non offre alcuna particolare giustificazione se non un richiamo apodittico alla "complessità del procedimento" stesso e alla "natura degli interessi pubblici da tutelare", senza evidenziare specifiche ragioni che abbiano determinato il ritardo. Il comportamento operoso richiesto all'interessato, improntato all'ordinaria diligenza, non comprende attività implicanti sacrifici, esborsi o assunzione di rischi quale può essere l'esperimento di un'azione giudiziaria, che rappresenta esplicazione di una mera facoltà dall'esito non certo. Nel novero delle azioni che il debitore ha l'onere di compiere per evitare l'aggravamento del danno ex art. 1227 c.c. non è compresa la proposizione e la coltivazione di domande giudiziali” (T.A.R. Toscana Firenze Sez. II, 23-06-2020, n. 783).
Sull’onere della prova è importate aver chiaro l’azione di responsabilità è diversa dall’azione di annullamento atteso che “Ai sensi degli art. 30, 40 e 124, 1 comma, D.Lgs. n. 104/2010, il danneggiato deve infatti offrire la prova dell'an e del quantum del danno che assume di aver sofferto (oltre che della consequenzialità immediata e diretta dello stesso dall'inadempimento e dal ritardo - artt. 2056 e 1223 cod. civ.), poiché nell'azione di responsabilità per danni il principio dispositivo opera con pienezza e non è temperato dal metodo acquisitivo proprio dell'azione di annullamento: quest'ultimo, infatti, si giustifica in quanto sussista la necessità di equilibrare l'asimmetria informativa tra amministrazione e privato che contraddistingue l'esercizio del pubblico potere e il correlato rimedio dell'azione di impugnazione, mentre non si riscontra in quella di risarcimento dei danni, in relazione alla quale il criterio della c.d. vicinanza della prova determina il riespandersi del principio dispositivo sancito in generale dall'art. 2697, comma 1, cod. civ.” (T.A.R. Liguria Genova Sez. II, 19-06-2020, n. 412). Tale concetto è stato ribadito anche dal Consiglio di Giustizia Amministrativa Sicilia secondo cui “Con riferimento alla responsabilità della P.A., l'ingiustizia e la sussistenza stessa del danno non possono in linea di principio presumersi iuris tantum, in meccanica ed esclusiva relazione al ritardo o al silenzio nell'adozione del provvedimento amministrativo, ma il danneggiato deve, ex art. 2697 c.c., provare tutti gli elementi costitutivi della relativa domanda e, in particolare, sia i presupposti di carattere oggettivo (prova del danno e del suo ammontare, ingiustizia dello stesso, nesso causale) sia quelli di carattere soggettivo (dolo o colpa del danneggiante)” (Cons. giust. amm. Sicilia, 09-06-2020, n. 420) e “In tema di responsabilità della responsabilità della P.A., l'art. 2-bis, comma 1, L. n. 241/1990 prevede la possibilità di risarcimento del danno da ritardo (nonché da inerzia dell'amministrazione) nella conclusione del procedimento amministrativo non già come effetto del ritardo in sé e per sé, bensì per il fatto che la condotta inerte o tardiva dell'amministrazione sia stata causa di un danno altrimenti prodottosi nella sfera giuridica del privato che, con la propria istanza, ha dato avvio al procedimento amministrativo” (Cons. giust. amm. Sicilia, 09-06-2020, n. 420).
Per completezza si segnala anche l’orientamento del TAR Campania secondo cui “La fattispecie dell'indennizzo da ritardo nel provvedere della pubblica amministrazione, va nettamente distinta da quella prevista dall'art. 2-bis, comma 1 della Legge n. 241/1990 atteso che mentre il risarcimento presuppone la prova del danno e del comportamento colposo o doloso dell'amministrazione nonché del nesso di causalità, la fattispecie dell'indennizzo da ritardo prescinde dalla dimostrazione dei suddetti elementi, essendo sufficiente il solo superamento del termine di conclusione del procedimento” (T.A.R. Campania Napoli Sez. I, 16-06-2020, n. 2417).


Diritto Doganale – Dazi doganali – Responsabilità dello spedizioniere rappresentante diretto.

pubblicato 19 ott 2020, 09:39 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 19 ott 2020, 09:40 ]

La Suprema Corte ha evidenziato che “Quando una dichiarazione in dogana è redatta in base a dati che determinano la mancata riscossione, totale o parziale, dei diritti dovuti per legge, le persone che hanno fornito detti dati necessari alla stesura della dichiarazione, e che erano o avrebbero dovuto ragionevolmente essere a conoscenza della loro erroneità, possono parimenti essere considerate debitori conformemente alle vigenti disposizioni nazionali. Pertanto, la sola qualità di spedizioniere rappresentante diretto dell'importatore non vale a ritenerne la responsabilità solidale per la dichiarazione regolare ma infedele, a meno che non consti la sua personale partecipazione nei termini di cui sopra, la cui prova è a carico dell'Amministrazione doganale (Cass. civ. Sez. V, 23-06-2020, n. 12289).
Peraltro “In tema di diritti di confine e in caso di dichiarazione della merce regolarmente presentata presso gli uffici doganali ai sensi dell'art. 201 CDC, lo spedizioniere che opera come rappresentante diretto dell'importatore, non è obbligato, in solido con quest'ultimo, al pagamento dei dazi doganali dovuti a seguito della rettifica dell'accertamento, laddove si sia limitato a depositare la dichiarazione predisposta dall'importatore, allegando i documenti da quest'ultimo consegnatigli. Si configura, tuttavia, la responsabilità solidale anche del rappresentante diretto, per violazione degli obblighi professionali su di lui gravanti, qualora l'Amministrazione doganale dimostri che egli stesso abbia fornito dati dei quali conosceva o avrebbe dovuto conoscere l'irregolarità, l'incompletezza e la non veridicità ovvero abbia allegato documenti dei quali conosceva o avrebbe dovuto conoscere l'inidoneità o l'invalidità, dati e documenti necessari alla redazione della dichiarazione poi rettificata. (Rigetta, COMM.TRIB.REG. NAPOLI, 15/03/2013)” (Cass. civ. Sez. V Sent., 16-03-2020, n. 7258).

Espropriazione per pubblica utilità - Occupazione abusiva o illegittima – Azione di risarcimento del danno e giurisdizione del giudice ordinario.

pubblicato 18 ott 2020, 12:56 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 18 ott 2020, 13:06 ]

Le Sezioni Unite hanno evidenziato come “In tema di conflitto di giurisdizione avente ad oggetto una controversia relativa ad un'ipotesi di c.d. "sconfinamento", ossia del caso in cui la realizzazione dell'opera pubblica abbia interessato un terreno diverso o più esteso rispetto a quello considerato dai provvedimenti amministrativi di occupazione e di espropriazione, oltre che dalla dichiarazione di pubblica utilità, l'occupazione e la trasformazione del terreno da parte della P.A. costituisce un comportamento di mero fatto, perpetrato in carenza assoluta di potere, che integra un illecito a carattere permanente, lesivo del diritto soggettivo (c.d. occupazione usurpativa). Ne consegue che l'azione di risarcimento del danno che ne è derivato rientra nella giurisdizione del giudice ordinario” (Cass. civ. Sez. Unite Ord., 14-10-2020, n. 22193).

Trust e successione – Il punto sull'imposta di successione, registro  ed ipotecaria.

pubblicato 18 ott 2020, 12:49 da Nicola Massafra

In un recente sentenza la Suprema Corte ha chiarito che “Poiché ai fini dell'applicazione delle imposte di successione, registro e ipotecaria è necessario, ai sensi dell'art. 53 Cost., che si realizzi un trasferimento effettivo di ricchezza mediante un'attribuzione patrimoniale stabile e non meramente strumentale, nel "trust", di cui alla L. 16 ottobre 1989 n. 364, detto trasferimento imponibile non è costituito né dall'atto istitutivo, né da quello di dotazione patrimoniale fra disponente e "trastee", in quanto gli stessi sono meramente attuativi degli scopi di segregazione e costituzione del vincolo di destinazione, bensì soltanto dall'atto di eventuale attribuzione finale del bene al beneficiario” (Cass. civ. Sez. V Ord., 14-10-2020, n. 22182).
Si è così ribadito che "In tema di "trust", l'imposta sulle successione e donazioni, prevista dal D.L. n. 262 del 2006, art. 2, comma 47, anche per i vincoli di destinazione, è dovuta non al momento della costituzione dell'atto istitutivo o di dotazione patrimoniale, fiscalmente neutri in quanto meramente attuativi degli scopi di segregazione ed apposizione del vincolo, bensì in seguito all'eventuale trasferimento finale del bene al beneficiario, in quanto solo quest'ultimo costituisce un effettivo indice di ricchezza ai sensi dell'art. 53 Cost.(Cass. 19167 del 2019).
Dunque, in ogni tipologia di trust l'imposta proporzionale non andrà anticipata nè all'atto istitutivo nè a quello di dotazione, bensì riferita a quello di sua attuazione e compimento mediante trasferimento finale del bene al beneficiario.
In particolare riferimento all'imposta di registro si era del resto già affermato che "Poichè l'imposta sulle successioni e donazioni ha come presupposto l'arricchimento patrimoniale a titolo di liberalità, ai fini della sua applicazione in misura proporzionale occorre valutare se sin dall'istituzione del "trust" si sia realizzato un trasferimento definitivo di beni e diritti dal "trustee" al beneficiario: in mancanza di tale condizione, l'atto dovrà essere assoggettato alla sola imposta fissa di registro" (Vedi Cass. n. 31445 del 2018); ed ancora che "Il trasferimento del bene dal "settior" al "trustee" avviene a titolo gratuito e non determina effetti traslativi, poichè non ne comporta l'attribuzione definitiva allo stesso, che è tenuto solo ad amministrarlo ed a custodirlo, in regime di segregazione patrimoniale, in vista del suo ritrasferimento ai beneficiari del "trust": detto atto, pertanto, è soggetto a tassazione in misura fissa, sia per quanto attiene all'imposta di registro che alle imposte ipotecaria e catastale" (Cass. n. 975 del 2018).
Si ricorda come in tema di trust sono stati desunti dei fattori individualizzanti comuni, quali: 1) un nucleo causale unitario costituito dalla combinazione dello scopo di destinazione con quello, ad esso strumentale, di segregazione patrimoniale; 2) l'attuazione del vincolo di destinazione mediante intestazione meramente formale dei beni al trustee ed attribuzione al medesimo di poteri gestori circoscritti e mirati allo scopo; 3) l'attribuzione al beneficiario (ove esistente) di una posizione giuridica iniziale che non è di diritto soggettivo sul bene, ma di aspettativa o di interesse qualificato ad una gestione conforme alla realizzazione dello scopo.
Molto scarna anche la disciplina fiscale: per quanto concerne le imposte indirette la norma di riferimento è il D.L. n. 262 del 2006, art. 2, comma 47, conv. dalla L. n. 286 del 2006, secondo cui: "E' istituita l'imposta sulle successioni e donazioni sui trasferimenti di beni e diritti per causa di morte, per donazione o a titolo gratuito e sulla costituzione di vincoli di destinazione, secondo le disposizioni del testo unico delle disposizioni concernenti l'imposta sulle successioni e donazioni, di cui al D.Lgs. 31 ottobre 1990, n. 346, nel testo vigente alla data del 24 ottobre 2001, fatto salvo quanto previsto dai commi da 48 a 54".
L'incertezza applicativa riguarda, pur nell'ambito di una figura unitaria, i differenti momenti negoziali nei quali quest'ultima normalmente si articola, a seconda che oggetto di imposizione sia:
- l'atto istitutivo del trust, di natura non traslativa di beni o diritti ma meramente preparatoria, enunciativa e programmatica;
- l'atto di dotazione o provvista del trust, comportante il momentaneo trasferimento del bene o del diritto al trustee in funzione della realizzazione degli obiettivi prefissati e con i vincoli ad essa pertinenti;
- l'atto di trasferimento finale del bene o del diritto al beneficiario.
L'interpretazione del Giudice di legittimità si è ormai consolidata nel senso di escludere che dallo scarno disposto del D.L. n. 262 del 2006, art. 2, comma 47, si possa trarre il fondamento normativo di un'autonoma imposta, intesa a colpire ex se la costituzione dei vincoli di destinazione, indipendentemente da qualsivoglia evento traslativo, in senso proprio, di beni e diritti, per cui, in relazione agli atti di dotazione del fondo, escluso che la costituzione del vincolo di destinazione sulle somme di denaro conferiti in trust produca un effetto traslativo immediato, non si giustifica la soggezione di tale atto dotativo all'imposta sulle successioni e donazioni, in misura proporzionale.
Per quanto concerne l'imposta di registro, e le analoghe imposta ipotecaria e catastale, era questione controversa se la quota di imposta eccedente la misura fissa, in misura proporzionale del tre per cento, secondo quanto stabilito in via residuale dall'art. 9 della Tariffa allegata al D.P.R. n. 131 del 1986, si applicasse per la sola circostanza che l'atto avesse per oggetto "prestazioni a contenuto patrimoniale" o se piuttosto un atto di costituzione di trust dovesse essere tassato in misura fissa, ex art. 11 della medesima Tariffa.
Ebbene si è escluso che agli atti in questione potesse applicarsi l'imposta proporzionale di registro; come osservato da Cass. n. 25478 del 2015: "In merito ai profili impositivi del trust, non è dato sottoporre l'atto costitutivo di un trust liberale ad imposizione proporzionale immediata, giacchè quell'atto non è in grado di esprimere la capacità contributiva del trustee (solo l'attribuzione al beneficiario può considerarsi sintomatica ai fini dell'imposizione). Nel caso di specie l'errore insito nella tesi erariale è di considerare il trust liberale come immediatamente produttivo degli effetti traslativi finali che costituiscono il vero (e unico) presupposto dell'imposta: ne consegue che la sua costituzione va considerata estranea al presupposto dell'imposta indiretta sui trasferimenti in misura proporzionale, sia essa l'imposta di registro, ipotecaria o catastale, mancando l'elemento fondamentale dell'attribuzione definitiva dei beni al beneficiario".
Pertanto, come già evidenziato, in ogni tipologia di trust l'imposta proporzionale non andrà anticipata nè all'atto istitutivo nè a quello di dotazione, bensì riferita a quello di sua attuazione e compimento mediante trasferimento finale del bene al beneficiario.
Tale soluzione può poi trovare applicazione anche nel caso del c.d. trust auto-dichiarato "connotato dalla coincidenza di disponente e trustee; fattispecie, questa, nella quale è pure ravvisabile, nonostante la mancanza di un trasferimento patrimoniale intersoggettivo con funzione di dotazione, sia la volontà di segregazione sia quella di destinazione. Anzi, è proprio la mancanza di quel trasferimento patrimoniale intersoggettivo a rendere, in tal caso, ancor più evidente e radicale l'incongruenza dell'applicazione dell'imposta proporzionale sull'atto istitutivo e su quello di apposizione del vincolo all'interno di un patrimonio che rimane in capo allo stesso soggetto (applicazione già esclusa, nel trust autodichiarato, da Cass. n. 21614/16).


Modello denuncia inattendibilità dei tamponi

pubblicato 12 ott 2020, 14:11 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 9 nov 2020, 05:28 ]

Lo studio Legale Massafra, su incarico del Dott. Mariano Amici ha predisposto un modello di denuncia - querela basato sulla seguente documentazione attestante l'inattendibilità dei tamponi quale strumento su cui fondare la diagnosi relativa al COVID-19:
1) EU test validation in Working document test performance 16 April 2020;
2) ISS Covid tests Part 2 https---www.epicentro.iss.it-coronavirus-pdf-rapporto-covid-19-46-2020;
3) CDC 2019-Novel Coronavirus (2019-nCoV) Real-Time RT-PCR Diagnostic Panel aggiornato al 13-07-2020;
4) Dott. Scoglio - Sui Tamponi Covid-19;
5) FIND evaluation update- SARS-CoV-2 molecular diagnostics – FIND;
6) Dichiarazione congiunta;

La predisposizione del modello di denuncia e la messa a disposizione della documentazione da allegare non prevede alcun tipo di costo e compenso essendo stata predisposta su incarico del Dott. Mariano Amici con il fine di metterla a disposizione di chiunque vi abbia interesse.
Per l'invio del modulo e della documentazione inviare una mail a info@studiomassafra.com indicando nell'oggetto "Modello denuncia inattendibilità dei tamponi". La segreteria invierà direttamente la documentazione ed il modello.

NEWS - AGGIORNAMENTO
Lo Studio Legale Massafra, su incarico del Dott. Mariano Amici ha predisposto, e messo a disposizione di chiunque ne volesse una copia, un modello di denuncia – querela, con allegata documentazione, basato sulla dichiarazione congiunta sottoscritta dal Dott. Fabio Franchi Medico, infettivologo  Esperto di virologia, la dott.ssa Antonietta Gatti Scienziata Esperta di nanopatologie, il dott. Stefano Montanari, Farmacista Ricercatore scientifico e nanopatologo, ed il Prof. Stefano Scoglio, Ricercatore Scientifico, Candidato Premio Nobel per la Medicina 2018. 
Le richieste di copia del modello sono state numerose al punto da non riuscire ad evaderle in tempo reale ed integralmente. Ad oggi consta che sono state depositate denunce in ogni regione d’Italia e pertanto, al fine di non intasare le procure con un numero eccessivo di querele, viene momentaneamente sospeso il servizio in attesa che la magistratura prosegua la propria azione. Il servizio verrà ripreso non appena le procure daranno seguito alle denunce già depositate così consentendo a tutti coloro che hanno inviato la richiesta, o che la invieranno da oggi in poi, di costituirsi parte civile e richiedere il risarcimento dei danni subiti. Il dott. Amici provvederà personalmente a dare notizia dell’esito della propria iniziativa.





Condominio – Mancata allegazione dei bilanci alla convocazione di assemblea non è motivo di invalidità della delibera

pubblicato 11 ott 2020, 14:57 da Nicola Massafra

Con una recente pronuncia gli Ermellini hanno chiarito che “non viola il diritto alla preventiva informazione circa i temi oggetto di discussione in assemblea condominiale la mancata allegazione all'avviso di convocazione dei bilanci da approvare, in quanto ciascun condomino può chiedere in anticipo le copie dei documenti che saranno oggetto di (eventuale) approvazione, non potendo, in caso di mancata richiesta, impugnare poi la relativa delibera di approvazione per l'omessa allegazione dei documenti contabili al suddetto avviso” (Cass. civ. Sez. II Ord., 05-10-2020, n. 21271).

Revoca degli amministratori - La giusta causa deve essere enunciata nella delibera assembleare.

pubblicato 11 ott 2020, 14:37 da Nicola Massafra

L’art. 2383 c.c. (Nomina e revoca degli amministratori) prevede che “ …. Gli amministratori sono rieleggibili, salvo diversa disposizione dello statuto, e sono revocabili dall'assemblea in qualunque tempo, anche se nominati nell'atto costitutivo, salvo il diritto dell'amministratore al risarcimento dei danni, se la revoca avviene senza giusta causa. ….”.
La Suprema Corte ha chiarito che Le ragioni che integrano la giusta causa di revoca dell'amministratore di società di capitali, ai sensi dell'art. 2383, comma 3, c.c., devono essere specificamente enunciate nella delibera assembleare senza che sia possibile una successiva deduzione in sede giudiziaria di ragioni ulteriori” (Cass. civ. Sez. I, 06-10-2020, n. 21495).

Ricorso collettivo al TAR Lazio contro l’obbligo di mascherina nei luoghi all’aperto - Ordinanza Z00062 del 02-10-2020 Regione Lazio.

pubblicato 2 ott 2020, 11:03 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 9 nov 2020, 04:15 ]

Con l’ordinanza n. Z00062 del 02-10-2020 la Regione Lazio ha introdotto l’obbligo di indossare la mascherina nei luoghi all’aperto durante l’intera giornata esonerando i bambini al di sotto di sei anni, i portatori di patologie incompatibili con l’uso della mascherina e durante l’esercizio di attività motoria e/o sportiva. 

A seguito della vittoria al Tar Lazio relativa all’annullamento dell’obbligo vaccinale nella Regione Lazio, questo Studio Legale è stato contattato da numerosi residenti nella Regione desiderosi di introdurre un ricorso avverso l’ordinanza in parola. 

AGGIORNAMENTO:
il TAR Lazio, con la sentenza N. 11096/2020 Reg. Prov. Coll. resa nel giudizio R.G. 07685/2020 che faceva riferimento ad un ricorso presentato da un altro studio legale proprio avverso l’ordinanza della Regione Lazio  del 02 ottobre 2020, n. Z00062 (obbligo mascherine) lo ha dichiarato improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse in quanto, secondo il Tribunale Amministrativo, l’ordinanza regionale è ormai superata dal DPCM 13/10/2020 (dunque oggi dal DPCM 03/11/2020).
Secondo il TAR “… nella specie occorre fare applicazione, ai fini della composizione della ridetta antinomia tra le due citate fonti (ordinanza regionale e DPCM), non al criterio “gerarchico” invocato dalla difesa di parte ricorrente ma, piuttosto, a quello “cronologico” secondo cui lex posterior derogat priori”. 
In nuovo sistema normativo di questo periodo di emergenza viene definito dal TAR “a ventaglio” “(il quale si apre e si chiude a seconda del livello di emergenza che di volta in volta si registra)”.
Sulla base di tale ricostruzione normativa il TAR Lazio ha affermato “Di qui il semplice superamento, delle medesime previsioni regionali, per mano del successivo DPCM 13 ottobre 2020 il quale ha funditus disciplinato il tema relativo all’obbligo di utilizzo di mascherine all’aperto. Le previsioni regionali qui oggetto di specifica contestazione, in altre parole, sono da considerarsi non illegittime (alla luce del successivo decreto-legge n. 125 del 7 ottobre 2020 e del DPCM 13 ottobre 2020) ma, piuttosto, non più vigenti ed efficaci sulla base del sistema normativo statale sopra partitamente descritto;”.
Alla luce di tale nuovo orientamento, impugnare l’ordinanza regionale sarebbe inutile. 
Lo Studio Legale ha tuttavia già predisposto e notificato un ricorso avverso l’ultimo DPCM del 03/11/2020, pertanto coloro che sono interessati a partecipare potranno aderire a quest'ultima iniziativa.
Ogni informazione potrà essere reperita cliccando sul pulsante "Ricorso collettivo - DPCM 03/11/2020".


COINTERESSATI TITOLARI DI UNA POSIZIONE AUTONOMA 
Requisiti degli aderenti:
L’ordinanza colpisce chiunque si trovi nella Regione Lazio e pertanto chiunque voglia essere libero di circolare nella Regione Lazio senza sottostare alla predetta ordinanza è legittimato.
Costi:
Il costo del ricorso collettivo è di € 70,00 omnicomprensivo per ogni ricorrente.
Tale contributo dovrà essere versato al momento dell’adesione.
Termine per aderire:
Il termine per impugnare l'ordinanza è di 60 giorni decorrenti dal 02/10/2020. Tuttavia, per ragioni organizzative, le adesioni dovranno pervenire il prima possibile.
Modalità per aderire:
Per aderire occorre inviare:
1) Copia di una ricevuta attestante il versamento del contributo di adesione;
2) Due copie della procura sottoscritta di proprio pugno ed autenticata, unitamente ad un documento di identità ed al codice fiscale e (nel caso di genitori di minori anche i dati ed i documenti del minore);
3) Copia sottoscritta dell’informativa sulla privacy compilata;
In fondo alla pagina è presente un file da scaricare con tutti gli allegati da poter compilare.

La documentazione dovrà essere anticipata via mail all’indirizzo info@studiomassafra.com ed inviata, in originale, con raccomandata a: Avv. Nicola Massafra Largo Ecuador n. 6 – 00198 Roma.
La stessa dovrà altresì essere portata di persona presso lo studio legale, previo appuntamento da concordare telefonicamente negli orari di funzionamento del centralino (dalle 9:00 alle 13:00 e dalle 16:00 alle 19:00) al fine di procedere all’autentica della procura.

Modalità di pagamento:
Il pagamento potrà avvenire direttamente mediante bonifico bancario sul conto corrente tratto sulla banca Unicredit IBAN: IT39Q0200805109000004827001, intestato a Nicola Massafra, ed indicando nella causale “ricorso collettivo ordinanza Regione Lazio Z00062”.


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