Regione Calabria - Ordinanza n. 47 del 27-05-2020 rende obbligatoria la vaccinazione antinfluenzale.

pubblicato 6 giu 2020, 09:27 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 6 giu 2020, 12:33 ]

Con l’ordinanza n. 47 del 27/05/2020, la Regione Calabria, come già prima di lei la Regione Lazio, ha introdotto l’obbligo di vaccinazione antinfluenzale per le seguenti categorie:
"a) Soggetti di età ≥ 65 anni: l’obbligo decorre dal 15 settembre 2020, o dalla data di compimento dei 65 anni, se successiva, previa acquisizione della disponibilità dei vaccini.
b) Medici e personale sanitario, sociosanitario di assistenza, operatori di servizio delle strutture di assistenza, anche se volontario;”
 
L’obbligo decorre dal 15 settembre 2020, previa acquisizione della disponibilità dei vaccini e deve essere assolto entro il 31 gennaio 2021.
L’ordinanza prevede inoltre che “La mancata vaccinazione per le persone di cui al punto 1 lettera b), non giustificabile da ragioni di tipo medico, comporta l’adozione degli opportuni provvedimenti connessi allo svolgimento della mansione lavorativa, ai sensi dell’art. 41, comma 6 del d. lgs. 81/2008, nell’ambito della sorveglianza sanitaria da parte del medico competente di cui all’art. 279 e correlata alla rivalutazione del rischio biologico a cura del datore di lavoro, ai sensi degli artt. 271 e ss. del decreto citato”.
La medesima ordinanza introduce “L’introduzione di una forte raccomandazione a sottoporre alla vaccinazione antinfluenzale tutte le persone nella fascia d’età ≥ 60 < 65 anni, anche attraverso il pieno coinvolgimento dei Medici di Medicina Generale” e “L’ introduzione di una forte raccomandazione per tutti i bambini di età compresa tra ≥ 6 mesi e ≤ 6 anni ad essere sottoposti alla vaccinazione antinfluenzale, con potenziamento della logistica organizzativa per la sua effettuazione, anche attraverso il pieno coinvolgimento dei Pediatri di Libera Scelta”.
RICORSO COLLETTIVO TAR CALABRIA.
Questo Studio Legale ha già intrapreso un ricorso individuale e vari ricorsi collettivi avverso un’ordinanza della Regione Lazio analoga per contenuti e criteri, ritenendo che non si possa disporre l’obbligatorietà di un vaccino antinfluenzale attraverso un’ordinanza regionale in difetto di un'istruttoria puntuale ed addirittura per un periodo successivo allo stato di emergenza proclamato fino al 31/07/2020. Peraltro, ai sensi del comma II dell’art. 32 Cost. “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. 
È pertanto in corso di predisposizione un ricorso collettivo anche avverso l’ordinanza “gemella” disposta dalla Regione Calabria in quanto si ritiene che sia stata violata la libertà di autodeterminazione individuale nelle scelte inerenti le cure sanitarie e ciò in forza di una normativa emergenziale che non conferisce i poteri di disporre vaccinazioni obbligatorie.
La delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio 2020 ha dichiarato lo stato di emergenza sul territorio nazionale fino al 31/07/2020 e, pertanto, ogni provvedimento fondato sullo stato di emergenza non può trovare applicazione dopo la cessazione dello stato di emergenza proclamato. Anche l’art. 3 del D.L 6/2020 prevede unicamente che NELLE MORE DELL'ADOZIONE DEI DECRETI DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI di cui al comma 1, nei casi di estrema necessità ed urgenza le misure di cui agli articoli 1 e 2 possono essere adottate ai sensi dell'articolo 32 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, dell'articolo 117 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, e dell'articolo 50 del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, approvato con decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267". Pertanto una volta emessi i DPCM la Regione non avrebbe potuto adottare provvedimenti di urgenza quale quello oggi emesso.
Peraltro un tale provvedimento non era comunque consentito in quanto in ogni caso si tratta di una misura che certamente non influisce sul periodo di emergenza proclamato e non afferisce alla diffusione del COVID-19. Si evidenzia altresì come l’art. 1 comma 2 del D.L. 19/2020, richiamato nell’ordinanza della Regione Calabria, prevede che le misure urgenti per evitare la diffusione del Covid-19 non siano affidate alla totale discrezionalità dell’autorità, ma a valutazioni ancorate ai principi di adeguatezza e proporzionalità al rischio effettivamente presente. Inoltre l’art. 2 del D.L. 19/2020 prevede che “Per i profili tecnico-scientifici e le valutazioni di adeguatezza e proporzionalità, i provvedimenti di cui al presente comma sono adottati sentito, di norma, il Comitato tecnico scientifico di cui all'ordinanza del Capo del dipartimento della Protezione civile 3 febbraio 2020, n. 630”. Nel provvedimento impugnato non si dà in alcun modo atto di aver sentito il predetto Comitato tecnico scientifico. Palese è pertanto anche l’eccesso di potere per carenza di istruttoria e questo anche dove l’ordinanza candidamente sostiene “f) se gli studi in corso lo dimostreranno, indurre nei soggetti con status positivo per la vaccinazione antinfluenzale l’espressione di una malattia da COVID-19 con una sintomatologia meno grave”. Come si può emettere un’ordinanza di carattere contingibile ed urgente sulla base di un’ipotesi ed in attesa che studi dimostrino l’assioma posto alla sua base?
Questi ed altri motivi sono alla base dell'odierna iniziativa.
Cliccando sul pulsante "ricorso collettivo ord. Regione Calabria" troverete un’informativa generalizzata sulle modalità per aderire alla presente iniziativa  con l'indicazione dei requisiti necessari, del termine entro cui presentare il ricorso, dei costi e delle modalità di adesione.



Erogazioni dei soci e loro natura di mutuo o di versamento - Esame della volontà negoziale prevalente sulla forma - Condizioni per la loro restituzione

pubblicato 6 giu 2020, 01:57 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 6 giu 2020, 01:58 ]

Con un’importante pronuncia, la Suprema Corte di Cassazione ha fatto chiarezza sulla qualificazione giuridica delle erogazioni dei soci nei confronti della società e sulla loro ripetibilità.  Secondo gli Ermellini L'erogazione di somme che a vario titolo i soci effettuano alle società da loro partecipate può avvenire a titolo di mutuo, con il conseguente obbligo per la società di restituire la somma ricevuta ad una determinata scadenza, oppure di versamento, destinato ad essere iscritto non tra i debiti, ma a confluire in apposita riserva "in conto capitale" (o altre simili denominazioni). Tale ultimo contributo non dà luogo ad un credito esigibile, se non per effetto dello scioglimento della società e nei limiti dell'eventuale attivo del bilancio di liquidazione, ed è più simile al capitale di rischio che a quello di credito, connotandosi proprio per la postergazione della sua restituzione al soddisfacimento dei creditori sociali e per la posizione del socio quale residual claimant. La qualificazione, nell'uno o nell'altro senso, dipende dall'esame della volontà negoziale delle parti, dovendo trarsi la relativa prova, di cui è onerato il socio attore in restituzione, non tanto dalla denominazione dell'erogazione contenuta nelle scritture contabili della società, quanto dal modo in cui il rapporto è stato attuato in concreto, dalle finalità pratiche cui esso appare essere diretto e dagli interessi che vi sono sottesi" (Cass. civ. Sez. I, 20-04-2020, n. 7919).

Ricorso collettivo al TAR Calabria contro la vaccinazione antinfluenzale obbligatoria per tutti gli “over 65” e per tutto il personale medico - Ordinanza n. 47 del 27-05-2020 Regione Calabria.

pubblicato 3 giu 2020, 14:16 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 7 giu 2020, 23:44 ]

Ricorso collettivo al TAR Calabria contro la vaccinazione antinfluenzale obbligatoria per tutti gli “over 65” e per tutto il personale medico - Ordinanza n. 47 del 27-05-2020 Regione Calabria.

Con l’ordinanza n. 47 del 27/05/2020 la Regione Calabria ha introdotto l’obbligo di vaccinazione antinfluenzale per le seguenti categorie:
a) Soggetti di età ≥ 65 anni.
b) Medici e personale sanitario, sociosanitario di assistenza, operatori di servizio di strutture di assistenza, anche se volontario.

L’obbligo decorre dal 15 settembre 2020, previa acquisizione della disponibilità dei vaccini, e deve essere adempiuto entro il 31 gennaio 2021, salvo proroghe dettate dai provvedimenti di attuazione in relazione alla curva epidemica.

La medesima ordinanza introduce “… una forte raccomandazione a sottoporre alla vaccinazione antinfluenzale tutte le persone nella fascia d’età ≥ 60 < 65 anni, anche attraverso il pieno coinvolgimento dei Medici di Medicina Generale.".

Viene altresì introdotta “…. una forte raccomandazione per tutti i bambini di età compresa tra ≥ 6 mesi e ≤ 6 anni ad essere sottoposti alla vaccinazione antinfluenzale, con potenziamento della logistica organizzativa per la sua effettuazione, anche attraverso il pieno coinvolgimento dei Pediatri di Libera Scelta.
6. Il rafforzamento della raccomandazione alla vaccinazione anti-pneumococcica per i soggetti di cui al precedente punto 1 lettera a) (over 65) con potenziamento della logistica organizzativa per la sua effettuazione”
.

La mancata vaccinazione per le persone di cui al punto b) (sanitari), comporta "l’adozione degli opportuni provvedimenti connessi allo svolgimento della mansione lavorativa .... ".

Secondo la Regione Calabria “.. una campagna massiva di vaccinazione contro l’influenza nelle prossime stagioni autunnale e invernale, nella popolazione anziana, negli operatori sanitari e nei bambini di età compresa
tra > 6 mesi e < 6 anni ed una più diffusa immunizzazione contro lo pneumococco tra gli anziani, consentirebbero di:
a) ridurre il carico complessivo di infezioni respiratorie nella popolazione;
b) conseguire una copertura rilevante, o totale, sulla fascia di popolazione/categoria lavorativa considerata a più alto rischio di contrarre una malattia grave o, comunque, limitante la prosecuzione dell’attività lavorativa;
c) agevolare la diagnosi differenziale, nel caso di insorgenza di patologia respiratoria nelle persone vaccinate contro l’influenza o lo pneumococco;
d) ridurre il rischio per gli operatori sanitari di essere essi stessi potenziale veicolo di infezione nei diversi setting assistenziali e comunitari, ivi incluse le strutture residenziali sociosanitarie;
e) ridurre l’impatto globale della patologia, specifico dell’influenza, andando a proteggere la classe d’età infantile considerata il principale serbatoio e veicolo d’infezione;
f) indurre nei soggetti con status positivo per la vaccinazione antinfluenzale, qualora gli studi in corso lo dimostreranno, l’espressione di una malattia da COVID-19 con una sintomatologia meno grave”.


Questo Studio Legale ha già intrapreso un ricorso individuale e vari ricorsi collettivi avverso un’ordinanza della Regione Lazio analoga per contenuti e criteri, ritenendo che non si possa disporre l’obbligatorietà di un vaccino antinfluenzale attraverso un’ordinanza regionale in difetto di un'istruttoria puntuale ed addirittura per un periodo successivo allo stato di emergenza proclamato fino al 31/07/2020.

È pertanto in corso di predisposizione un ricorso collettivo anche avverso l’ordinanza “gemella” disposta dalla Regione Calabria.

Di seguito viene fornita un’informativa generalizzata a chiunque voglia aderire alla presente iniziativa indicandone i requisiti necessari, il termine entro cui presentare il ricorso, i costi e le modalità di adesione.

COINTERESSATI TITOLARI DI UNA POSIZIONE AUTONOMA.
Requisiti degli aderenti:
Appartenere ad almeno una delle categorie colpite dall’ordinanza: 1) over 65 residenti; 2) operatori sanitari; 3) genitori di minori di età compresa tra i 6 mesi ed i 6 anni; 4) Le persone ricadenti nella fascia d’età ≥ 60 < 65 anni.
Costi:
Il costo del ricorso collettivo è di € 70,00 omnicomprensivo per ogni ricorrente. Tale contributo dovrà essere versato al momento dell’adesione.
Termine per aderire:
Il termine per impugnare l'ordinanza è di 60 giorni decorrenti dal 27/05/2020. Tuttavia, per ragioni organizzative, le adesioni dovranno pervenire il prima possibile.
Modalità per aderire:  
Per aderire occorre inviare:
1) Copia di una ricevuta attestante il versamento del contributo di adesione;
2) Due copie della procura sottoscritta di proprio pugno ed autenticata, unitamente ad un documento di identità ed al codice fiscale e (nel caso di genitori di minori anche i dati ed i documenti del minore);
3) Copia sottoscritta dell’informativa sulla privacy compilata;
4) Nel caso di operatori sanitari, un documento atto a comprovare la qualità di medici e personale sanitario, sociosanitario di assistenza, operatore di servizio di strutture di assistenza, anche se volontario.
La documentazione dovrà essere anticipata via mail all’indirizzo info@studiomassafra.com indicando nell’oggetto “ricorso collettivo Ordinanza 47/2020 Regione Calabria” 
Questi gli allegati da scaricare, compilare ed inoltrare: procura; informativa.
Successivamente dovrà essere inviata, in originale, con raccomandata a: Avv. Nicola Massafra Largo Ecuador n. 6 – 00198 Roma. Sono in corso accordi con "studi legali di riferimento in Calabria" per la raccolta della documentazione. Eventuali studi interessati possono contattare lo studio all'indirizzo info@studiomassafra.com.

Modalità di pagamento:
Il pagamento potrà avvenire direttamente dal sito, nella sezione "Richiesta di consulenza -servizi on line", tramite il sistema Paypal/carta di credito ovvero mediante bonifico bancario sul conto corrente tratto sulla banca Unicredit IBAN: IT39Q0200805109000004827001, intestato a Nicola Massafra, ed indicando nella causale “ricorso collettivo ordinanza Regione Calabria 47/2020”.

COINTERESSATI GENERICI - INTERVENTO ADESIVO DIPENDENTE
La partecipazione di altre persone, diverse dai cointeressati autonomi, che abbiano comunque un interesse è ammessa nella forma dell'intervento adesivo dipendente previsto dall'art. 28 del D.Lgs. 2-7-2010 n. 104.
In merito a detto intervento, il Consiglio di Stato ha chiarito che "Nel giudizio amministrativo l'intervento adesivo dipendente presuppone che l'interventore riceva un vantaggio, anche in via mediata e indiretta, dall'accoglimento del ricorso principale" (Cons. Stato Sez. III, 27-11-2018, n. 6711) e che "Ai fini dell'ammissibilità dell'intervento adesivo dipendente ad adiuvandum nel giudizio amministrativo, l'iniziativa processuale deve essere espressione di un interesse - a seconda delle formulazioni - connesso, derivato, dipendente o almeno accessorio o riflesso rispetto a quello proprio della parte principale" (Cons. Stato Sez. III, 02-03-2020, n. 1484).

Il TAR Lazio ha inoltre precisato che "Nel processo amministrativo, è ammesso il solo intervento adesivo dipendente, e, quindi, del tutto collegato e subalterno alla posizione giuridica del ricorrente e non autonomamente azionabile. E', pertanto, inammissibile, l'intervento ad adiuvandum" e che “E' orientamento pacifico che, nel processo amministrativo, è ammesso il solo intervento "adesivo dipendente", quindi - come tale - del tutto collegato e subalterno alla posizione giuridica del ricorrente e non autonomamente azionabile (T.A.R. Lazio, Roma, Sez. I, 29 marzo 2018, n. 3542; Cons. Stato, Sez. IV, 29 novembre 2017, n. 5597), mentre nel caso di specie l'interveniente, vantando la medesima posizione giuridica dei ricorrenti, ritenuta lesa dai provvedimenti impugnati secondo il relativo petitum, avrebbe dovuto farla valere con ricorso autonomo (T.A.R. Lazio, Roma, Sez. I, 4 marzo 2019, n. 2794)” (T.A.R. Lazio Roma Sez. I, 11-06-2019, n. 7575).

Pertanto chiunque abbia un interesse anche mediato o indiretto potrà partecipare all'azione collettiva nella forma dell'intervento adesivo dipendente. Potranno quindi aderire anche persone residenti in altre Regioni o che non rientrino nelle categorie degli "over 65" o degli operatori sanitari.
Sul punto l’interesse ad intervenire potrebbe insorgere, come alcuni intervenienti in altro ricorso similare hanno evidenziato "... in quanto l'obbligo vaccinale viola la libertà di scelta di cura ..." e " ... il mio interesse mediato e indiretto al ricorso è il fatto che non si crei un precedente per altre regioni .." ovvero che l'ordinanza possa limitare il diritto di stabilirsi nella Regione senza incappare nell'obbligo previsto dall'odierna ordinanza.
Si ritiene che tali interessi, pur non strettamente connessi, possano fondare un intervento adesivo dipendente e possano consentire a chi abbia detto interesse di partecipare.
La procedura ed i costi per aderire sono i medesimi previsti per i cointeressati titolari di una posizione autonoma.

ALCUNI MOTIVI DI RICORSO
L’odierna iniziativa viene intrapresa in quanto si ritiene che sia stata violata la libertà di autodeterminazione individuale nelle scelte inerenti le cure sanitarie e ciò in forza di una normativa emergenziale che non conferisce i poteri di disporre vaccinazioni obbligatorie.
La delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio 2020 ha dichiarato lo stato di emergenza sul territorio nazionale fino al 31/07/2020 e, pertanto, ogni provvedimento fondato sullo stato di emergenza non può trovare applicazione dopo la cessazione dello stato di emergenza proclamato. Anche l’art. 3 del D.L 6/2020 prevede unicamente che “NELLE MORE DELL'ADOZIONE DEI DECRETI DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI di cui al comma 1, nei casi di estrema necessità ed urgenza le misure di cui agli articoli 1 e 2 possono essere adottate ai sensi dell'articolo 32 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, dell'articolo 117 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, e dell'articolo 50 del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, approvato con decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267". Pertanto una volta emessi i DPCM la Regione non avrebbe potuto adottare provvedimenti di urgenza quale quello oggi emesso.
Peraltro un tale provvedimento non era comunque consentito in quanto in ogni caso si tratta di una misura che certamente non influisce sul periodo di emergenza proclamato e non afferisce alla diffusione del COVID-19. Si evidenzia altresì come l’art. 1 comma 2 del D.L. 19/2020, richiamato nell’ordinanza della Regione Calabria, prevede che le misure urgenti per evitare la diffusione del Covid-19 non siano affidate alla totale discrezionalità dell’autorità, ma a valutazioni ancorate ai principi di adeguatezza e proporzionalità al rischio effettivamente presente. Inoltre l’art. 2 del D.L. 19/2020 prevede che “Per i profili tecnico-scientifici e le valutazioni di adeguatezza e proporzionalità, i provvedimenti di cui al presente comma sono adottati sentito, di norma, il Comitato tecnico scientifico di cui all'ordinanza del Capo del dipartimento della Protezione civile 3 febbraio 2020, n. 630”. Nel provvedimento impugnato non si dà in alcun modo atto di aver sentito il predetto Comitato tecnico scientifico. Palese è pertanto anche l’eccesso di potere per carenza di istruttoria e questo anche dove l’ordinanza candidamente sostiene “f) se gli studi in corso lo dimostreranno, indurre nei soggetti con status positivo per la vaccinazione antinfluenzale l’espressione di una malattia da COVID-19 con una sintomatologia meno grave”. Come si può emettere un’ordinanza di carattere contingibile ed urgente sulla base di un’ipotesi ed in attesa che studi dimostrino l’assioma posto alla sua base?
Questi ed altri motivi sono alla base dell'odierna iniziativa.

Bancarotta fraudolenta patrimoniale – Operazioni infragruppo - Per escludere natura distrattiva occorre provare il vantaggio compensativo per la fallita che porti a riequilibrare la perdita momentanea determinata dall'operazione.

pubblicato 1 giu 2020, 03:37 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 1 giu 2020, 03:44 ]

La Suprema Corte ha evidenziato come “In tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale, per escludere la natura distrattiva di un'operazione infragruppo non è sufficiente allegare tale natura intrinseca, dovendo invece l'interessato fornire l'ulteriore dimostrazione del vantaggio compensativo ritratto dalla società che subisce il depauperamento in favore degli interessi complessivi del gruppo societario cui essa appartiene” (Cass. pen. Sez. V, 21-01-2020, n. 8429). Nel 2019 gli Ermellini avevano anche precisato che “In tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale la natura distrattiva di un'operazione infra-gruppo può essere esclusa in presenza di vantaggi compensativi che riequilibrino gli effetti immediatamente negativi per la società fallita e neutralizzino gli svantaggi per i creditori sociali. Tuttavia, per escludere la natura distrattiva di un'operazione infragruppo invocando il maturarsi di vantaggi compensativi, non è sufficiente allegare la mera partecipazione al gruppo, ovvero l'esistenza di un vantaggio per la società controllante, dovendo invece l'interessato dimostrare il saldo finale positivo delle operazioni compiute nella logica e nell'interesse del gruppo, elemento indispensabile per considerare lecita l'operazione temporaneamente svantaggiosa per la società depauperata. Non è dunque sufficiente allegare la natura intrinseca di operazione infra-gruppo, dovendo invece l'interessato fornire l'ulteriore dimostrazione del vantaggio compensativo ritratto dalla società che subisce il depauperamento in favore degli interessi complessivi del gruppo societario cui essa appartiene” (Cass. pen. Sez. V, 15-11-2019, n. 49457).

Lavoro - Indennità di ferie non godute – Prescrizione decennale e non quinquennale stante la natura risarcitoria e non retributiva.

pubblicato 21 mag 2020, 06:13 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 21 mag 2020, 06:13 ]

La Suprema Corte ha evidenziato che “In tema di indennità sostitutiva delle ferie non godute, stante la natura mista dell'indennità medesima - ovvero sia risarcitoria che retributiva - ai fini della prescrizione, deve ritenersi prevalente il carattere risarcitorio volto a compensare il danno derivante dalla perdita del diritto al riposo per cui trova applicazione il termine prescrizionale decennale e non quello quinquennale dell'art. 2948 c.c. Mentre, la natura retributiva di tale indennità viene in rilievo, allorché ne debba essere valutata l'incidenza sul trattamento di fine rapporto, ai fini del calcolo degli accessori o dell’assoggettamento a contribuzione” (Cass. civ. Sez. I, 10-02-2020, n. 3021).



Procedimento disciplinare di stato – Facoltà di nominare un avvocato del libero foro.

pubblicato 17 mag 2020, 14:55 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 17 mag 2020, 14:59 ]

Nei procedimenti disciplinari di stato, dal 20/02/2020,  è possibile nominare un avvocato che possa coadiuvare la difesa prima prevista solo con un difensore scelto fra militari in servizio.
Infatti l’art. 1, comma 1 lett. dd) del D.lgs. n. 173/2019, in vigore dal 20/02/2020, ha introdotto il comma 3-bis all’art. 1370 del Codice dell’ordinamento militare cosi disponendo che “Nei procedimenti disciplinari di stato il militare inquisito, in aggiunta al difensore di cui ai commi 2 e 3, può farsi assistere, a sue spese, anche da un avvocato del libero foro”.




Forze armate - Procedimento disciplinare - Decorrenza del termine per le contestazioni dalla pubblicazione delle motivazioni della sentenza.

pubblicato 17 mag 2020, 13:00 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 17 mag 2020, 14:54 ]

Con riferimento ai termini per contestare gli addebiti disciplinari il Consiglio di Stato ha evidenziato che "In ambito militare, ai fini dell'avvio di un procedimento disciplinare a seguito di giudizio penale, il dies a quo per la contestazione degli addebiti è fissato alla data in cui l'amministrazione ha avuto conoscenza integrale della sentenza, vale a dire nel momento in cui ha avuto conoscenza non solo del dispositivo ma anche delle motivazioni della pronuncia, solo sulla cui base può valutare se avviare il procedimento e quali addebiti contestare" (Cons. Stato Sez. IV, 09-03-2020, n. 1689)
e che "Il termine previsto dall'art. 1392, comma 3, del D.Lgs. n. 66/2010, ai sensi del quale il procedimento disciplinare di stato instaurato a seguito di giudizio penale deve concludersi entro 270 giorni dalla data in cui l'Amministrazione ha avuto conoscenza formale della sentenza, ha carattere perentorio" (Cons. Stato Sez. IV, 27-02-2020, n. 1439).
Il termine di avvio del procedimento disciplinare ha una diversa decorrenza a seconda se la sentenza penale sia stata notificata o meno. Infatti "Nell'ipotesi in cui nell'ambito di un procedimento penale, comunque definito, emergono fatti e circostanze che rendano un soggetto appartenente ai ruoli dell'amministrazione della pubblica sicurezza passibile di sanzioni disciplinari, il termine per l'avvio del procedimento disciplinare nei suoi confronti è di giorni 120 dalla data di pubblicazione della sentenza, oppure di 40 giorni dalla data di notificazione della medesima all'amministrazione" (Cons. Stato Sez. IV, 24-02-2020, n. 1358).

Forze armate – Procedimento disciplinare – Criteri valutativi autonomi rispetto al procedimento penale - Ampio potere discrezionale.

pubblicato 17 mag 2020, 12:48 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 17 mag 2020, 13:02 ]

La IV Sezione del Consiglio di Stato, con l’importante sentenza n. 2016 del 23/03/2020, ha chiarito che “In ambito militare, ai fini dell'adozione di un provvedimento disciplinare , lo stesso comportamento di un soggetto in sede penale può essere valutato in maniera tale da giustificare una sentenza di proscioglimento mentre in sede disciplinare , può essere, viceversa, qualificato dall'amministrazione competente alla stregua di un illecito disciplinare e che  “In ambito militare l'amministrazione, ai fini dell'adozione di un provvedimento disciplinare , può legittimamente tener conto delle risultanze emerse nelle varie fasi di un pregresso procedimento penale, in modo da evitare ulteriori accertamenti istruttori alla luce del principio di economicità del procedimento, a condizione però che di tali risultanze sia autonomamente valutata la rilevanza in chiave disciplinare”. Nella sostanza “In ambito militare la diversità delle sanzioni disciplinari applicabili comporta che l'amministrazione procedente sia dotata di ampio potere discrezionale spettando alla stessa, in sede di formazione del provvedimento sanzionatorio, stabilire il rapporto tra l'infrazione ed il fatto, il quale assume rilevanza disciplinare proprio in base a quell'apprezzamento di larga discrezionalità” (Cons. Stato Sez. IV, 23-03-2020, n. 2016).
La medesima sezione di Palazzo Spada aveva anche precedentemente evidenziato che  “In materia di procedimenti disciplinari degli appartenenti alle Forze Armate , ai sensi dell'art. 653, comma 1-bis, c.p.p. la sentenza penale irrevocabile di condanna ha efficacia di giudicato nel giudizio per responsabilità disciplinare davanti alle pubbliche autorità quanto all'accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e all'affermazione che l'imputato lo ha commesso: la disposizione non si riferisce alle sole sentenze emanate a seguito di dibattimento, ma genericamente a tutte le sentenze penali irrevocabili di condanna", locuzione ampia che prescinde dal rito seguito ed in cui rientrano, dunque, anche le sentenze di condanna rese ai sensi dell'art. 444 c.p.p.” (Cons. Stato Sez. IV, 16-03-2020, n. 1864).
Sempre in merito all'utilizzabilità degli accertamenti effettuati nel processo penale, pochi giorni prima il Consiglio di Stato aveva altresì disposto che "Gli accertamenti effettuati in sede di procedimento penale sfociato nel proscioglimento dell'imputato per prescrizione del reato possono essere utilizzati in sede disciplinare nei confronti del personale delle forze armate, fermo restando che l'amministrazione procedente è tenuta a procedere ad una autonoma valutazione degli stessi” (Cons. Stato Sez. IV, 09-03-2020, n. 1689) e che "l'amministrazione pubblica può legittimamente promuovere un procedimento disciplinare contestando al personale delle forze armate la condotta oggetto di imputazione in un processo penale conclusosi con sentenza irrevocabile di non luogo a procedere in ordine al reato ascritto, perché estinto per prescrizione, ed applicare la sanzione disciplinare sulla base di autonomi elementi di valutazione tratti da tutti gli atti formati ed acquisiti nell'ambito del procedimento penale" (Cons. Stato Sez. IV, 09-03-2020, n. 1689).

Ricorso collettivo nel processo amministrativo - Requisiti di ammissibilità.

pubblicato 15 mag 2020, 13:32 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 15 mag 2020, 13:36 ]

La giurisprudenza ha recentemente chiarito che “Nel processo amministrativo vige il principio generale secondo il quale ogni domanda, fondata su un interesse meritevole di tutela, deve essere proposta dal singolo titolare con separata azione. Il ricorso  collettivo  (presentato cioè da una  pluralità  di  soggetti) è ammissibile nel solo caso in cui sussistano, congiuntamente, due condizioni: a) che esista identità di petitum e di causa petendi, e cioè che siano identici i provvedimenti impugnati, i motivi di ricorso e l'interesse a ricorrere (è necessario che i ricorrenti abbiano un interesse comune in modo che l'eventuale accoglimento del gravame possa tornare a vantaggio di tutti e non solo di alcuni); b) che non sussista un conflitto di interessi, anche solo potenziale, tra i ricorrenti” (T.A.R. Veneto Venezia Sez. II, 27-03-2020, n. 302) e che “Nel processo amministrativo il ricorso collettivo, che sia presentato da una pluralità di soggetti con un unico atto, è ammissibile nel solo caso in cui sussistano, congiuntamente, i requisiti dell'identità di situazioni sostanziali e processuali - ossia che le domande giudiziali siano identiche nell'oggetto” (T.A.R. Lazio Roma Sez. III bis, 10-03-2020, n. 3078).
Nello stesso senso “Nel processo amministrativo il ricorso collettivo, presentato da una  pluralità  di  soggetti  con un unico atto, è ammissibile nel solo caso in cui sussistano, congiuntamente, i requisiti dell'identità delle situazioni sostanziali e processuali, ossia che le domande giudiziali siano identiche nell'oggetto, che gli atti impugnati abbiano lo stesso contenuto e vengano censurati per gli stessi motivi, e dell'assenza di un conflitto di interessi tra le parti. Due, pertanto, sono i requisiti di ammissibilità del ricorso  collettivo: uno positivo, costituito dalla identità di posizioni sostanziali e processuali in rapporto a domande giudiziali fondate sulle stesse ragioni difensive; l'altro negativo, costituito dall'assenza di conflitto di interessi, anche solo potenziale, tra le parti” (T.A.R. Veneto Venezia Sez. III, 24-02-2020, n. 186) e “Nel processo amministrativo il ricorso  collettivo , presentato da una  pluralità  di  soggetti con un unico atto, può essere ammesso solo caso in cui sussistano, congiuntamente, i requisiti dell'identità di situazioni sostanziali e processuali nel senso che domande giudiziali siano identiche nell'oggetto” (T.A.R. Lazio Roma Sez. III bis, 20-02-2020, n. 2292).
Anche i Giudici di Palazzo Spada hanno evidenziato che “Il ricorso giurisdizionale collettivo, presentato da una pluralità di soggetti con un unico atto, è ammissibile nel caso in cui sussistano, cumulativamente, i requisiti dell'identità di situazioni sostanziali e processuali, ossia, alla condizione che le domande giudiziali siano identiche nell'oggetto e gli atti impugnati abbiano lo stesso contenuto e vengano censurati per gli stessi motivi, e l'assenza di un conflitto di interessi tra le parti” (Cons. Stato Sez. VI, 23-03-2020, n. 2030) “Nel processo amministrativo la proposizione del ricorso collettivo  rappresenta una deroga al principio generale secondo il quale ogni domanda, fondata su un interesse legittimo all'emanazione o alla non emanazione di un dato provvedimento e sottoposta alla valutazione del giudice amministrativo, deve essere proposta dal singolo titolare della situazione soggettiva con separata azione, sicché la deroga può ritenersi ammissibile solo nel concorso di una duplice condizione, e cioè che non sia ravvisabile alcun conflitto di interessi fra i ricorrenti e che le posizioni dei suddetti  soggetti  siano omogenee fra di loro con riferimento sia al petitum azionato che alle doglianze dedotte, sì da poter ragionevolmente considerare la  pluralità dei ricorrenti un'unica parte processuale, seppure soggettivamente complessa” (Cons. Stato Sez. III, 07-11-2019, n. 7614).


Diffamazione a mezzo stampa – Il giudizio va formulato sulla portata complessiva dello scritto e del titolo e non sulle singole espressioni.

pubblicato 9 mag 2020, 08:34 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 12 mag 2020, 14:05 ]

Un’interessante sentenza del Tribunale di Potenza evidenzia come “In tema di diffamazione a mezzo stampa, il carattere diffamatorio di uno scritto non può essere escluso sulla base di una lettura atomistica delle singole espressioni in esso contenute, dovendosi, invece, giudicare la portata complessiva del medesimo con riferimento ad alcuni elementi, quali l'accostamento e l'accorpamento di notizie, l'uso di determinate espressioni nella consapevolezza che il pubblico le intenderà in maniera diversa o contraria al loro significato letterale, il tono complessivo e la titolazione dell'articolo, atteso che proprio il titolo, essendo specificamente idoneo, in ragione della sua icastica perentorietà, a impressionare e fuorviare il lettore, è capace d'ingenerare giudizi lesivi dell'altrui reputazione” (Tribunale Potenza Sent., 20-11-2019).



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