News e Giurispudenza



Danno da cenestesi lavorativa e danno da perdita della capacità lavorativa specifica – Differenze e criteri di liquidazione.

pubblicato 5 feb 2020, 06:17 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 5 feb 2020, 06:21 ]

Una recente sentenza della Suprema Corte ha chiarito che “il danno di natura patrimoniale derivante dalla perdita di capacità lavorativa specifica richiede un giudizio prognostico sulla compromissione delle aspettative di lavoro in relazione alle attitudini specifiche della persona mentre il danno da lesione della "cenestesi lavorativa", di natura non patrimoniale, consiste nella maggiore usura, fatica e difficoltà incontrate nello svolgimento, dell'attività lavorativa, non incidente, neanche sotto il profilo delle opportunità, sul reddito della persona offesa, risolvendosi in una compromissione biologica dell'essenza dell'individuo. Tale tipologia di danno configurabile solo ove non si superi la soglia del 30% del danno biologico, va liquidato onnicomprensivamente come danno alla salute, potendo il giudice, che abbia adottato per la liquidazione il criterio equitativo del valore differenziato del punto di invalidità, anche ricorrere ad un appesantimento del valore monetario di ciascun punto. (Dichiara inammissibile, CORTE D'APPELLO CAGLIARI, 16/06/2017)” (Cass. civ. Sez. III Sent., 28-06-2019, n. 17411). Gli Ermellini si erano già pronunciati sul punto nel 2018 evidenziando che “il danno patrimoniale futuro conseguente alla lesione della salute è risarcibile solo ove appaia probabile, alla stregua di una valutazione prognostica, che la vittima percepirà un reddito inferiore a quello che avrebbe altrimenti conseguito in assenza dell'infortunio, mentre il danno da lesione della "cenestesi lavorativa", che consiste nella maggiore usura, fatica e difficoltà incontrate nello svolgimento dell'attività lavorativa, non incidente neanche sotto il profilo delle opportunità sul reddito della persona offesa, si risolve in una compromissione biologica dell'essenza dell'individuo e va liquidato onnicomprensivamente come danno alla salute, potendo il giudice, che abbia adottato per la liquidazione il criterio equitativo del valore differenziato del punto di invalidità, anche ricorrere ad un appesantimento del valore monetario di ciascun punto. (Nella specie,la S.C. ha confermato la sentenza di merito che, a fronte di un'invalidità permanente del venticinque per cento riportata da una minore, aveva incrementato l'importo liquidato a titolo di danno biologico, in considerazione del pregiudizio da "cenestesi lavorativa" che la stessa avrebbe presumibilmente sofferto in futuro, rigettando invece la domanda di risarcimento del danno patrimoniale futuro, in mancanza di elementi idonei a dimostrare l'incidenza della menomazione sul reddito che la stessa avrebbe presumibilmente conseguito). (Rigetta, CORTE D'APPELLO FIRENZE, 18/05/2016)” (Cass. civ. Sez. VI - 3 Ord., 22-05-2018, n. 12572).

Lavoro – Lecita la produzione in giudizio di documentazione riservata da parte del dipendente – Violazione della privacy ammessa per l’esercizio del diritto di difesa

pubblicato 1 feb 2020, 02:39 da Nicola Massafra

La Suprema Corte ha chiarito che “Non costituisce giusta casa o giustificato motivo di licenziamento disciplinare la produzione, da parte del lavoratore, nel giudizio dallo stesso instaurato per il conseguimento di un superiore inquadramento contrattuale, di documentazione aziendale concernente la propria posizione lavorativa ma ritenuta riservata dal datore di lavoro, avendo l'attore il diritto di suffragare le proprie affermazioni mediante prova testimoniale e/o produzione di documenti. Le modalità dell'esercizio del diritto di difesa, in ogni caso, vanno valutate ex ante ed in astratto e non anche ex post ed in concreto alla luce dell'esito della controversia e delle motivazioni espresse dal Giudice, certamente non prevedibili dalla parte nel momento in cui imposta e documenta le proprie argomentazioni difensive. Deve, pertanto, ritenersi corretta la pronuncia del Giudice del merito che escluda la idoneità di tale circostanza ad integrare il concetto di giusta causa o giustificato motivo di licenziamento, rispondendo la condotta del prestatore alle necessità conseguenti al legittimo esercizio di un diritto ed essendo, quindi, coperta dalla scriminante prevista dall'art. 51 c.p., di portata generale nell'ordinamento e non già limitata al mero ambito penalistico” (Cass. civ. Sez. lavoro, 04-12-2014, n. 25682).
Parimenti l'interesse alla riservatezza dei dati personali deve cedere, a fronte di autentiche esigenze di difesa di altri interessi giuridicamente rilevanti, fra cui quello al corretto e coerente esercizio del diritto di difesa in giudizio, assumendo in ogni caso, ed a fronte di ogni decisione, come criterio direttivo la comparazione tra gli interessi concretamente coinvolti: comparazione cui deve procedere il giudice del merito, sulla base del suo sereno ed equilibrato apprezzamento (in questo senso Cass. Civ. sez. III del 03-04-2014, n. 7783).

Mobbing – requisiti per la sua configurabilità – Cass. Lav. 1109-2020

pubblicato 26 gen 2020, 03:48 da Nicola Massafra

Una recente sentenza della Suprema Corte ha evidenziato quali devono essere i requisiti necessari per potersi configurare una fattispecie rientrante nel c.d. mobbing. Così gli Ermellini: “In tema di lavoro subordinato, per "mobbing" si intende comunemente una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell'ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l'emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità. Ai fini della configurabilità della condotta lesiva del datore di lavoro sono, pertanto, rilevanti: a) la molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti, se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; b) l'evento lesivo della salute o della personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e il pregiudizio all'integrità psico-fisica del lavoratore; d) la prova dell'elemento soggettivo, cioè dell'intento persecutorio (Cass. civ. Sez. lavoro Ord., 20-01-2020, n. 1109).

Natura di strumento finanziario delle Polizze vita cd. unit linked e index linked se non è garantita la restituzione del capitale. Applicabilità della normativa del T.U.F. o del regolamento Consob - Generale obbligo di informativa e rispetto dei  principi previsti dagli artt. 1175, 1337 e 1375c.c.

pubblicato 5 gen 2020, 07:24 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 5 gen 2020, 07:47 ]

La recente sentenza del Tribunale di Napoli, Dott. Roberto Notaro, n. 10478/2019 del 22/11/2019 ha chiarito che le polizze unit linked / index linked, rientrano nel ramo III di cui all'art. 2 cod. ass., che le definisce come i contratti di assicurazione sulla vita, di nuzialità e natalità, le cui prestazioni principali sono direttamente collegate al valore di quote di organismi investimento collettivo del risparmio o di fondi interni (unit linked) ovvero a indici o altri valori di riferimento (index linked).
Tuttavia il contratto di assicurazione sulla vita è tale solo qualora rechi la garanzia della conservazione del capitale alla scadenza.
In difetto, il suddetto contratto deve considerarsi un investimento finanziario, con la conseguente applicazione del T.U.F. e del regolamento Consob.
Dunque, nelle ipotesi di polizze variabili del ramo III senza garanzia o con garanzia parziale di restituzione del capitale manca, tout-court, la funzione previdenziale e, quindi, si è innanzi ad un negozio finanziario, di puro investimento; nelle ipotesi di polizze variabili del ramo III con garanzia della restituzione dell'intero capitale, è preservata in parte la funzione previdenziale, ma al di fuori dal meccanismo assicurativo: dunque, è configurabile un prodotto finanziario di risparmio con una causa mista anche previdenziale; nelle polizze variabili del ramo III con garanzia della restituzione dell'intero capitale e di un apprezzabile rendimento viene, infine, realizzata la funzione previdenziale e si è innanzi ad un contratto misto, con prevalente funzione assicurativa e con una componente finanziaria di investimento.
A seconda, dunque, dell'atteggiarsi dei requisiti tipici del contratto di assicurazione sulla vita nell'ambito delle polizze unit linked e index linked, sarà possibile verificare la reale causa del contratto e l'assimilabilità, o meno, alla causa assicurativa.
Pertanto il contratto di assicurazione sulla vita è tale solo qualora rechi la garanzia della conservazione del capitale alla scadenza. In difetto, il suddetto contratto deve considerarsi un investimento finanziario, con la conseguente applicazione del t.u.f. e del regolamento Consob.

Condominio - Balcone e criteri di riparto della responsabilità e degli oneri di manutenzione.

pubblicato 18 nov 2019, 13:28 da Nicola Massafra

Il Tribunale di Nola, con sentenza del 2 ottobre 2019, ha accolto la domanda di un condomino volto ad accertare la responsabilità del proprietario del sovrastante balcone in ordine ai danni da infiltrazioni e caduta di calcinacci, condannando il convenuto all’esecuzione dei lavori necessari individuati dal consulente tecnico d’ufficio (ad esclusione delle opere concernenti i frontalini).
La decisione del Tribunale viene fondata sul consolidato orientamento giurisprudenziale relativo agli obblighi di manutenzione dei balconi aggettanti, e si rivela sostanzialmente corretta, anche se i precedenti richiamati in motivazione risultano tutti molto risalenti nel tempo.
Il balcone consiste in una struttura sporgente a sbalzo dalla facciata dell’edificio, in maniera da formare un ripiano accessibile dalla corrispondente unità immobiliare, di cui costituisce estensione. In tal senso il balcone si differenza dalla terrazza, perché questa non sporge dalla sagoma del fabbricato e svolge perciò altresì una funzione di copertura di esso.
I balconi di un edificio condominiale sono perciò di proprietà esclusiva dei titolari degli appartamenti cui accedono, e non rientrano tra le parti comuni, ai sensi dell'art. 1117 c.c., non essendo necessari per l'esistenza del fabbricato, né essendo destinati all'uso o al servizio dello stesso.
Ben più di recente che in Cass. 30 luglio 2004, n. 14576, ed in Cass. 10 settembre 1986, n. 5541, cui fa rinvio il Tribunale di Nola, è stato infatti ribadito dalla Corte di cassazione che i balconi aggettanti, in quanto "prolungamento" della corrispondente unità immobiliare, appartengono in via esclusiva al proprietario di questa, dovendosi considerare beni comuni a tutti soltanto i rivestimenti e gli elementi decorativi della parte frontale e di quella inferiore, quando si inseriscono nel prospetto dell'edificio e contribuiscono a renderlo gradevole, svolgendo una prevalente funzione estetica e divenendo così ornamenti essenziali della facciata.
Ne consegue che le spese relative alla manutenzione dei balconi, comprensive non soltanto delle opere di pavimentazione, ma anche di quelle relative alla piattaforma o soletta, all’intonaco, alla tinta ed alla decorazione del soffitto, restano a carico del solo proprietario dell’appartamento che vi accede, e non possono essere ripartite tra tutti i condomini, in misura proporzionale al valore della proprietà di ciascuno (cfr. Cass. 30 aprile 2012, n. 6624; Cass. 17 luglio 2007, n. 15913; Cass. 14 dicembre 2017, n. 30071).
Ne consegue che, non potendo l'assemblea condominiale assumere decisioni che riguardino i singoli condomini nell'ambito dei beni di loro proprietà esclusiva, salvo che non si riflettano sull'adeguato uso delle cose comuni, nel caso di lavori di manutenzione di balconi di proprietà esclusiva degli appartamenti che vi accedono, il condominio può deliberare soltanto di provvedere al rifacimento degli eventuali elementi decorativi o cromatici, che si armonizzano con il prospetto del fabbricato, mentre è nulla la deliberazione dell’assemblea che disponga in ordine al rifacimento della pavimentazione o della soletta dei balconi, in quanto lavori che rimangono a carico dei titolari degli appartamenti che vi accedono (Cass. 15 marzo 2017, n. 6652; Cass. 30 agosto 1994, n. 7603).
Articolo del Quotidiano giuridico, Leggi d'Italia, di Antonio Scarpa - Consigliere della Corte di Cassazione

Infortunio sul lavoro - Datore di lavoro sempre responsabile anche se vi è concorso di colpa del lavoratore - Azione di regresso dell'inail nei confronti del datore di lavoro esperibile solo nei limiti dell'importo risarcibile a titolo di concorso.

pubblicato 12 ott 2019, 08:59 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 12 ott 2019, 09:01 ]

Una recente sentenza del Tribunale di Velletri  ha ribadito che “Le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro sono diretti a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili a imperizia, negligenza e imprudenza dello stesso, con la conseguenza che il datore di lavoro è sempre responsabile dell'infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti o vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto esimente, per l'imprenditore, all'eventuale concorso di colpa del lavoratore(Tribunale Velletri Sez. lavoro Sent., 26-03-2019). Sul punto si era espressa in modo conforme anche la Corte di Apello di Campobasso evidenziando che “in tema di infortuni sul lavoro le norme dettata al fine di tutelare le condizioni di lavoro e prevenire l'insorgenza di situazioni di pericolo, sono volte a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili ad imperizia, imprudenza e negligenza. Sussiste sempre la responsabilità del datore di lavoro per l'infortunio occorso al lavoratore e ciò sia nel caso in cui lo stesso ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure sia fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto esimente per l'imprenditore che abbia causato l'infortunio del lavoratore per violazione delle relative prescrizioni, all'eventuale concorso di colpa del lavoratore” (Corte d'Appello Campobasso Sez. lavoro, 08-08-2017).
Si ricorda altresì che "l'azione di regresso dell'Inail nei confronti del datore di lavoro civilmente responsabile dell'infortunio sul lavoro verificatosi a causa di inosservanza degli obblighi di sicurezza, in caso di concorso di colpa del danneggiato nella determinazione dell'evento, è esperibile nei limiti del quantum di danno risarcibile per effetto di tale concorso di colpa, indipendentemente dall'entità dell'indennizzo erogato dall'Inail al lavoratore" (Cass. civ. Sez. lavoro, 07-03-2018, n. 5385).


Assegno divorzile – Se l'ex coniuge ha un proprio cospicuo patrimonio il versamento dell’assegno non è necessario.

pubblicato 29 set 2019, 10:18 da Nicola Massafra

La Suprema Corte ha precisato che “In tema di assegno di divorzio, rivestendo esso natura compensativa e assistenziale verso il coniuge più debole, laddove venga accertato che l’ex coniuge disponga di un proprio cospicuo patrimonio, il versamento dell’assegno non è più necessario. Peraltro, in tali casi, con precipuo riferimento alla restituzione delle somme già percepite a titolo di assegno divorzile non dovuto, le condizioni impeditive dell'esercizio del diritto alla ripetizione dell'indebito da parte del soggetto che le ha corrisposte sono applicabili limitatamente alle ipotesi in cui la contribuzione sia stata finalizzata a soddisfare mere esigenze di carattere alimentare, nei soli limiti, cioè, in cui siano riconducibili a prestazioni che per la loro misura e condizioni economiche del percettore possono ritenersi dirette ad assicurare unicamente i mezzi economici necessari per far fronte ad esigenze di vita, così da essere normalmente consumate per adempiere a tale destinazione” (Cass. civ. Sez. I Ord., 30-08-2019, n. 21926).

Licenziamento - Irrilevanza disciplinare del fatto contestato equivale alla sua insussistenza con diritto alla tutela reale reintegratoria.

pubblicato 11 ago 2019, 16:18 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 11 ago 2019, 16:46 ]

Con il d.lgs. n. 23 del 2015, in caso di licenziamento disciplinare (quindi per giusta causa, ex art. 2119, c.c., ovvero per giustificato motivo soggettivo, ex art. 3, l. 15 luglio 1966, n. 604), la tutela reintegratoria è prevista solo per l'ipotesi “in cui sia direttamente dimostrata in giudizio l'insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore, rispetto alla quale resta estranea ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento”.
La Cassazione ha recentemente precisato l’esistenza del “consolidato orientamento di questa Corte (Cass. n. 20540/15, Cass. n. 18418/16, Cass. n. 11322/18) secondo cui l'insussistenza del fatto contestato, di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 18, come modificato dalla L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 42, comprende anche l'ipotesi del fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità, sicchè in tale ipotesi si applica la tutela reintegratoria di cui dell'art. 18, comma 4, senza che rilevi la diversa questione della proporzionalità tra sanzione espulsiva e fatto di modesta illiceità. Questa Corte ha più in particolare chiarito che non è plausibile che il Legislatore, parlando di "insussistenza del fatto contestato", abbia voluto negarla nel caso di fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità, restando estranea alla fattispecie la diversa questione della proporzione tra fatto sussistente e di illiceità modesta, rispetto alla sanzione espulsiva (Cass. 6 novembre 2014 n. 23669, che peraltro si riferiva ad un caso di insussistenza materiale del fatto contestato). In altre parole l'irrilevanza giuridica del fatto (pur accertato) equivale alla sua insussistenza materiale e dà perciò luogo alla reintegrazione ai sensi dell'art. 18, comma 4, cit..”. Ciò precisato ha chiarito, con riferimento alle recenti modifiche legislativa sul punto,  che “In tema di licenziamento disciplinare, l'insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore, ai fini della pronuncia reintegratoria di cui all'art. 3, comma 2, del d.lgs. n. 23 del 2015, rispetto alla quale resta estranea ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento, comprende non soltanto i casi in cui il fatto non si sia verificato nella sua materialità, ma anche tutte le ipotesi in cui il fatto, materialmente accaduto, non abbia rilievo disciplinare. (Cassa con rinvio, CORTE D'APPELLO GENOVA, 21/12/2016)” e “Ai fini della pronuncia di cui all'art. 3, comma 2, D.Lgs. n. 23 del 2015, la insussistenza del fatto materiale contestato al lavoratore, rispetto alla quale resta estranea ogni valutazione circa la sproporzione del licenziamento, comprende non soltanto i casi in cui il fatto non si sia verificato nella sua materialità, ma anche tutte le ipotesi in cui il fatto, materialmente accaduto, non abbia rilevo disciplinare. (Cass. civ. Sez. lavoro Sent., 08-05-2019, n. 12174).

CHIUSURA ESTIVA 2019

pubblicato 4 ago 2019, 01:27 da Nicola Massafra   [ aggiornato in data 4 ago 2019, 10:35 ]

Lo Studio Legale Massafra resterà chiuso per ferie dal 5 agosto al 25 agosto 2018 e riaprirà il 26 agosto. 
Per eventuali urgenze inviare una mail a n.massafra@studiomassafra.com. 
Buone ferie estive a tutti.

Responsabilità dei professionisti in concorso con il cliente – Commercialista e dichiarazione fraudolenta con fatture false.

pubblicato 5 lug 2019, 01:46 da Nicola Massafra

Il commercialista è responsabile, in concorso con il cliente, del reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti (art. 2, D.Lgs. 74/2000) qualora risulti a conoscenza della falsità dei documenti. In una recente sentenza la Cassazione penale ha chiarito che “Il dolo specifico richiesto per integrare il delitto di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, previsto dall'art. 2 del D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, è compatibile con il dolo eventuale, ravvisabile nell'accettazione del rischio che l'azione di presentazione della dichiarazione, comprensiva anche di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, possa comportare l'evasione delle imposte dirette o dell'IVA” (Cass. pen. Sez. III, 29-03-2019, n. 28158).
Il contributo causale rilevante va individuato nella predisposizione e nell'inoltro delle dichiarazioni fiscali contenenti l'indicazione di elementi passivi fittizi supportati dalle fatture false, trattandosi di condotte di sicura agevolazione materiale del reato. In altri termini, il professionista che assiste e segue il contribuente per gli adempimenti fiscali potrà essere chiamato a rispondere quando, con un proprio comportamento cosciente e volontario, abbia intenzionalmente dato un contributo causale, materiale o morale, alla realizzazione del reato commesso dal cliente.
Gli Ermellini hanno precisato che in giurisprudenza è pacificamente ammessa la configurabilità del concorso del commercialista con il contribuente sia in generale nei reati tributari, sia, più in particolare, nei delitti dichiarativi. Il commercialista, infatti, può concorrere nel reato di emissione di fatture false (Cass. Pen. 28341/2001), nell'indebita compensazione (Cass. Pen. 1999/2017), così come nel reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti (Cass. Pen. 39873/2013 e Cass. Pen. 7384/2018).

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